Santorum, vomitare JFK

Il vento elettorale che soffia nelle vele di Rick Santorum non è soltanto l’esito di una generale confusione repubblicana. Se l’ex senatore della Pennsylvania oggi può giocarsi con buoni numeri le primarie del Michigan, la terra dove la famiglia Romney ha costruito la sua fortuna, è anche grazie ai termini di una battaglia di profilo culturale che il candidato ha deliberatamente scelto di ingaggiare contro il conservatorismo di cabotaggio praticato e predicato da Romney. Leggi Santorum muove guerre culturali nella pancia smagrita d’America
20 AGO 20
Immagine di Santorum, vomitare JFK
Il vento elettorale che soffia nelle vele di Rick Santorum non è soltanto l’esito di una generale confusione repubblicana. Se l’ex senatore della Pennsylvania oggi può giocarsi con buoni numeri le primarie del Michigan, la terra dove la famiglia Romney ha costruito la sua fortuna, è anche grazie ai termini di una battaglia di profilo culturale che il candidato ha deliberatamente scelto di ingaggiare contro il conservatorismo di cabotaggio praticato e predicato da Romney, uomo ondivago che ha scelto di montare sul biroccio delle idee deboli e dei principi negoziabili, dalle complicate posizioni sociali all’inciampo sul destino dell’industria automobilistica di Detroit. Dove Romney s’appoggia al principio della realtà fluida e sempre passibile di revisione, Santorum cavalca il paradigma ossimorico del rinnovamento tradizionale, il ritorno intransigente ai valori del conservatorismo sociale. Ed è lì che ha intercettato un elettorato perduto che aveva bisogno di un eroe classicamente repubblicano per ritrovarsi.

Ross Douthat, columnist conservatore del New York Times, ha scritto che “nell’ancora improbabile eventualità che Santorum vinca la nomination, allora la sua campagna potrebbe essere per il conservatorismo sociale quello che la campagna di Barry Goldwater nel 1964 è stata per i conservatori dello small government”. Il paragone non può non tenere conto del fatto che Goldwater, dopo aver battuto avversari politicamente più titolati per una vittoria nelle elezioni generali, perse contro Lyndon Johnson, il quale aprì la stagione, terribile per i conservatori, della Great Society. D’altra parte, l’affermazione del senatore dell’Arizona piantò nel terreno repubblicano un seme culturale i cui frutti vanno ricercati nella felice era di Ronald Reagan. Santorum è un candidato a due velocità: i suoi sondaggi crescono di pari passo con la sua capacità di penetrazione e allo stesso tempo si sta avventurando nella restaurazione dei pilastri di un conservatorismo sociale entrato in crisi con la fine dell’era Bush (era della quale Santorum è stato partecipe, dalla battaglia contro la sperimentazione sulle cellule staminali embrionali fino alla gran campagna compassionevole di aiuti economici all’Africa poi mutilata da Obama). In questo senso vanno lette le dichiarazioni più graffianti di Santorum. Quando l’ex senatore dice che il discorso del cattolico John Fitzgerald Kennedy sulla radicale separazione fra sfera laica e religiosa gli fa “venire da vomitare” coglie un sentimento che latita nella pancia di un’America che, come Santorum, crede che la religione abbia un irrinunciabile ruolo pubblico. “Dire che le persone di fede non hanno un ruolo nella pubblica piazza? Ci puoi scommettere che mi fa vomitare”, ha detto a chi lo incalzava per un commento sopra le righe soltanto in apparenza. Come un diapason politico, ha fatto vibrare una corda tesa nell’elettorato conservatore quando ha detto che Obama è uno “snob” perché vuole che “tutti in America vadano al college”. Non tutti aspirano ad avere una laurea, ha spiegato Santorum sfidando una conventional wisdom consolidata fra i democratici, ma gli americani hanno anche valori e abilità diverse.

Come ha scritto l’analista politico Michael Barone, Santorum e Romney incarnano le due Americhe descritte da Charles Murray in “Coming Apart: The State of White America, 1960 to 2010”, il libro più discusso di Washington. Da una parte c’è l’America di Belmont, la ricchissima periferia di Boston (dove Romney è effettivamente vissuto) che incarna il paese irrimediabilmente snob e altolocato; dall’altra c’è Fishtown, il sobborgo di Philadelphia simbolo della crisi della middle class bianca. Il messaggio di Romney non può persuadere Fishtown, regno dei colletti blu nel quale sguazza invece Santorum, candidato in gilet che sta costruendo il suo momentum sulla riproposizione di verità anticamente note all’America profonda ma che erano finite in un cassetto polveroso della coscienza politica. In Michigan l’ex senatore è chiamato a testare la credibilità politica della sua rivoluzione culturale.